


'Sono Marlene' - Mela Marlene, guarda qui lo spot: https://www.youtube.com/watch?v=P-Ks5NUnrLI

VITERBO - Veniamo da una terra – la Tuscia – colma di tradizioni millenarie da esplorare: tra passaggi storici del percorso di popoli e paesaggi naturali, vantiamo una ricchezza di reperti archeologici e gioielli vedutistici immateriali.
Però, rassegniamoci, non siamo mica i soli! O forse, diciamola meglio, siamo tra i tanti circondati di bellezza e tra i pochi a viverla in modo emozionale: una way of life che nella nostra Penisola è radicata, anche nel monumentale e immersivo estremo Nord.
Vediamo in che modo con uno spot suggestivo, quello della mela dell’Alto Adige Marlene. La ricorrenza per cui il nuovo spot, ormai on air da qualche mese, è stato realizzato è nient’altro che i trent’anni del marchio Marlene: un’indiscussa roccaforte valoriale per il territorio altoatesino e i suoi prodotti, accuratamente celebrati con un contest di creatività.
Cosa è successo esattamente? È stato indetto un concorso, tematizzato sulla libera espressione artistica, volto a rappresentare con successo le sfumature della mela per chi la vive. Dal consumatore abituale all’estroso interprete della sua naturalezza, ciascuno ha voluto cogliere i lati positivi di quella sana integrazione tra filiera e scelta d’acquisto. La vincitrice generale è stata l’illustratrice italiana Ida Eugenia Scalia, con “Le mie Marlene”: una fila di mele che beneficiano del territorio, spaziate nel loro interno tra geometrie e toni caldi.
Però, nonostante le prove di produzione dell’immagine, un frutto del territorio è tale a partire da dove nasce. Nel nostro Lazio, siamo figli dei campi coltivati e della loro proverbiale estensione, un elemento chiave della nostra geo-etnicità (quindi, dei nostri valori regionali) aperta e materna con gli altri: abbiamo il mare e i porti, abbiamo la buona frutta e la bellezza degli scorci, vediamo gli agricoltori e conosciamo i produttori.
Anche Marlene, nel suo ultimo spot, rivela questo intreccio profumato a partire da un fiore, quello del melo. La voce over, che pone in continuità ogni immagine dello storytelling – dal cielo sereno con nuvole in hyperlapse al profilo di un agricoltore – ci traduce i frutti della terra come “genitori” della stessa mela: un tentativo maestoso di riportare il contatto con il verde, l’ambiente e ogni forza naturale alla quotidianità della specie umana, a volte comoda nei suoi agi e spesso stornata dalla loro influenza.

E poi… Che chiosa: “Sono Marlene, figlia delle Alpi”. Sembra banale, sembra scontato, sembra elementare quanto un compito da studenti, ma conservare la nostra natura è lasciarla fiorire nel grembo della sua mamma: la vita dell’ecosistema, che scandisce i ritmi della sua crescita, e il contatto con l’uomo produttore solo al momento dell’uso dei frutti, un passaggio consapevole, concreto e da non forzare prima del tempo.

Uomo produttore, quindi, e natura creatrice sembrano parlarsi dopo anni di un litigioso contrasto. Una pronta a donare e offrire, l’altro a ricompensare con affetto per le radici e cura del proprio lavoro, i due profili si completano in un’armonia di sensazioni che avvertiamo anche se “figli” di un’altra regione.
Di un altro path geo-etnico. Di altro food e di altre radici, ma sempre con quegli occhi che brillano – e quel successo che si avverte – quando industria responsabile e menti premurose si incontrano. È la terra che ci fa vedere il mondo, ed è la nostra terra, quella Tuscia antica e forte, che ci fa amare il mondo di tutti come fosse il nostro scorcio locale: lasciamoci educare, dunque, da ciò che teniamo dentro di noi e dalle “cose” – non solo materiali – che hanno allevato la nostra visione.
